“La Bellezza Trinitaria che fa risplendere il cuore umano” sulla scia di San Bonaventura

Introduzione:

La Collatio XX di San Bonaventura incomincia con il racconto della Genesi, mettendo in risalto il predominio della luce nella cornice dell’opera creata da Dio Padre. San Bonaventura in seguito ci lascia un bel consiglio dicendo che coloro che debbano occuparsi di questa visione tramite la contemplazione abbiano un gran desiderio (cf. Dn 1,17). Ormai la mente e il cuore dell’uomo devono piuttosto pregare davanti al Mistero di Dio Uno e Trino per capire, forse, qualcosa in più.

Dio fece i due grandi luminari” (cf. Gn 1, 26). Partendo dal racconto della Genesi, quando Dio creò il sole e la luna, stabilendo il giorno per il sole e la notte per la luna, sono state fatte tante belle interpretazioni che raffigurano Dio come il Sole Eterno, centro del cosmo, da cui tutto ciò che esiste nel cielo e sulla terra viene illuminato e riscaldato di vita, bellezza e amore. La Chiesa che esce dalla morte e risurrezione redentrice del Figlio viene considerata nella figura della luna che rischiara la notte del mondo e l’oscurità del cuore umano. Questa luce di Dio Padre, nell’avvenimento unico e storico del suo Unigenito Figlio nella carne, ha dato a ciascun uomo nella luna che brilla di notte, cioè, nella Chiesa, l’esistenza eterna di questo Sole che in tutto offre vigore, lasciando l’impronta di bellezza e soffiando il calore del suo amore eterno.

L’occhio dell’uomo non può vedere direttamente la luce del Sole, ma quando vede la luna che splende, sa che quella luce non gli è propria, ma viene da un Altro che la rende così bella e luminosa per noi. Allo stesso tempo la Luce c’è, perché la luna viene illuminata da Essa. Perciò l’uomo che ricerca la verità, vede tanto il Sole come la Luna, tanto Cristo come la Chiesa, è pertanto l’unica verità, non due verità staccate tra loro. Come non sono tre soli, ma sempre Uno che tutto origina, tutto governa e tutto porta a compimento quando Dio sarà tutto in tutti. Lo stesso Sant’Agostino vedeva già nel mistero del Sole e della Luna, di Cristo e della Chiesa, unìunità (1). I Padri della Chiesa hanno interpretato la luna come la Chiesa militante. Se Cristo è la Luce del mondo che non conosce mai il tramonto della morte, cioè, la caduta del Sole che si spegne, allora il mistero della sua incarnazione lo porta a bere il calice fino in fondo, senza risparmiare nulla. Dio muore nella croce e fa sì che dal suo morire appaia la luna nell’orizzonte del cosmo e della storia, dove sembrano regnare queste tenebre in cui è venuto Dio nella carne di Cristo, che non essendo accolto (cfr. Gv 1,11), allora muore per offrirci la vita.

La concezione della luce veniva presa molti secoli prima di Bonaventura, ad esempio, da Sant’Agostino che accetta la filosofia greca della luce con la sua insistenza nella visione. Agostino dal neoplatonismo apprende, quindi, il paradigma della luce, che discende dal cielo verso le cose e costituisce così un simbolo di Dio. Agostino capì altrimenti la trascendenza divina, scoprì che tutte le cose hanno in se stesse una trasparenza che possono riflettere la bontà di Dio, cioè, il Bene stesso. Questa concezione è stata un forte aiuto intellettuale e spirituale per lasciare il manicheismo che sosteneva che il male e il bene lottano continuamente fra di loro, confondendosi e mescolandosi senza chiari contorni. Comprendere Dio come luce, sole eterno e raggiante gli offrì un’esistenza nuova con un orientamento molto diverso (2).

Sembra che tutto sia spento, che la notte regni per sempre nel silenzio e nella debolezza del Figlio di Dio che muore. La pietra del sepolcro grida che quello splendore di luce non c’è più, mentre in realtà, ciò che accade è semplicemente il paradosso stupefacente che ci dice che nella morte dello splendore della luce eterna, appare bella la luna-la Chiesa-; se Essa nasce dal lato sofferente del Redentore, nasce pure da questo dar luogo del Sole alla Luna nell’orizzonte vasto della storia umana creata e redenta. Nella notte di Pasqua infatti la luna di solito è piena, splendendo non da se, ma a causa del Sole che gli offre i suoi raggi di luce. Se non ci fosse il Sole, la luna-la Chiesa-non esisterebbe. Ed esiste e cammina nella storia guidata dallo Spirito Santo che soffia con forza facendola avanzare sul mare del mondo .

Un’altra figura bella, che non appare in questa Collatio, viene colta anche dai padri della Chiesa come Sant’Ambrogio (3). L’immagine è quella della navicella, per indicare appunto che questa nave va avanti nel mare del mondo grazie al soffio dello Spirito che una volta entrato nel Cenacolo nel giorno di Pentecoste non ci ha lasciato mai da soli. Fino ai nostri giorni, fra tante burrasche, eccolo portare avanti l’opera del Padre redenta dal Figlio e custodita da Lui fino alla parusia. Questo stesso Dio che non si stanca mai di portare a compimento il suo capolavoro.

Si percepisce che la monarchia celeste è di fronte e vicino al Sole Eterno che è vigore perché dà la vita a tutto ciò che esiste, è splendore perché ogni cosa creata è bella e splende per partecipazione alla Bellezza stessa di Dio, ed è calore non da se, ma dallo Spirito che riscaldando tutto di vita, di bellezza e di amore porta a compimento l’opera pensata dal Padre che è Logos e Ragione stessa di ogni ente; porta a compimento l’opera voluta dal Figlio affinché nessuno venga perduto nel consegnare liberamente la propria vita fino all’obbedienza di morire abbandonato come uno privo di forza, cioè, privo della potenza del Padre, che lo fa gridare “perché mi hai abbandonato?”; e l’opera guidata dallo stesso Spirito di Dio nell’amore del Padre che nel sacrificio del Figlio ritorna portando con se tutti gli uomini.

San Bonaventura ha saputo assaggiare sotto la grazia cose davvero profonde e sottili delle realtà spirituali perché, non essendo soltanto uno sforzo dell’intelletto ma anche cerca di scrutare i misteri, pur quelli rivelati nell’Unico Figlio del Padre incarnato nel seno della Vergine Maria, ha contemplato fortunatamente l’Unica Bellezza che salva e splende il mondo, il Crocifisso. Nella croce si riassume ciò che significa consegnare, abbandonarsi e spegnersi. Tutto ciò nel più profondo dinamismo dell’amore trinitario, per cui “propter nos et propter nostram salutem” il Padre consegna il Figlio; il Figlio si consegna per amor nostro e lo Spirito Santo Consolatore, nell’abbandono e nel buio dell’ora cosmica in croce, va consegnato dal Figlio al Padre quando, umilmente e avendo il dolore, la sofferenza e il peso del nostro peccato colpito nel suo cuore umano e divino l’ultimo colpo atroce una volta per sempre, Dio Uno e Trino finisce, stanco ma interiormente gioioso, l’opera che in Lui non va indietro, ma sempre progredisce nella storia (4). Esclamando come il poeta che conclude l’ultimo verso della sua poesia, come lo scultore che dà l’ultimo colpo nell’opera compiuta-insoddisfatto del silenzio della sua grandiosa genialità-e ora grida “parla!”; o come il musicista che piange nell’ultimo accordo stupefacente e sublime da lui composto: “Pater, in manus tuas commendo spiritum meum”; “et inclinato capite, emisit spiritum” (cf. Lc 23,46) (5).

Sembra la fine, ma questo è l’inizio della manifestazione piena della centralità e della signoria di Dio sul creato e sulla storia umana come scrive san Giovanni Paolo II:

Questo nuovo inizio è la redenzione del mondo: “Tanto ha amato Dio il mondo da consegnare suo Figlio Unico”. Nel consegnare il Figlio, in quanto dono del Figlio, si esprime la essenza più profonda di Dio, il quale, come Amore, è la fonte inesauribile di questo dono. Nel dono fatto dal Figlio si compiono la rivelazione e il regalo dell’amore eterno: lo Spirito Santo, che nell’inesauribile profondità della divinità è una Persona-Dono, per opera del Figlio, cioè, per mezzo del mistero pasquale è dato in modo nuovo agli apostoli e alla Chiesa e, per mezzo loro, all’umanità e al mondo intero” (6).

Dire tutto è compiuto sembra dire che non c’è più niente da fare. Tutto è compiuto sembra la sconfitta, e così ragionano tanti uomini quando nel proprio buio e solitudine anche loro vogliono sentire che alla fin fine c’è un limite che Dio stesso ha voluto provare nella carne, con la morte, in quel grido straboccante del Venerdì Santo: consumatum est! Però, dire tutto è compiuto è dire “eccomi”.

Adesso comincia sullo scenario di questo mondo la manifestazione dello spettacolo eterno di Dio Uno e Trino. Ecco la carne del Figlio attaccata al legno! Ecco l’amore eterno trinitario entrato nel tempo, ecco la manifestazione piena nello Spirito di Dio Padre che non risparmia il suo Unigenito. Tutto è compiuto non vuol dire che ci sia né l’inizio né la fine, ma vuol dire che in Cristo nello Spirito l’uomo ha potuto vedere il Padre. Contemplare Dio, non solo Alfa e Omega, ma il centro. In Cristo crocifisso, morto e risorto, è dato all’uomo di conoscere chi è il centro del cosmo. La drammaticità di Dio sulla croce spiega nel Verbo il senso dell’essere nel mondo che cammina verso l’Eterno. Lì tutta l’umanità attaccata alla croce di Cristo. In essa si trova il senso del piangere e del sorridere, del soffrire e del godere, del perdere e del ritrovare, del cercare e del amare, del morire e del vivere. Stupendamente dice il Papa Benedetto XVI che siamo attaccati al legno di Cristo, alla sua croce, mentre essa è sospesa nel vuoto, per significare che è nell’apparente debolezza che si nasconde la Bellezza che tutto origina, tutto regge e tutto porta a compito beato. La Bellezza che salva il mondo.    

La Santissima Trinità: vigore, splendore e calore del cuore dell”uomo:

In questa contemplazione l’uomo creato e redento sa di essere riflesso della Eterna Bellezza que splende il cuore di ogni uomo, sostenuto dalla grazia che perfezione la natura e basato nella ragione “secundum circum-incessione” all’interno di questo Sole Eterno e Visibile; e facendolo appunto dentro l’amore eterno del Padre che emerge talmente nella generazione eterna del Figlio che s’incarna e muore sulla croce per portare nelle sue piaghe gloriose lo stesso uomo creato e redento nello soffiare dello Spirito Santo; nel calore tra le Tre Persone Divine che arriva ad ogni uomo creato e redento dal Figlio che splende glorioso.

Capiamo, insomma, che nel contemplare questo Sole dentro il mistero Trinitario, in qualche modo, dentro l’avventura della nostra salvezza nella quale si è impegnato Dio stesso fino in fondo, non riusciremo mai a scrutare il mistero tutto intero, lo potremo invece per grazia nella gloria dopo questo “status viatoris” quando lo vedremo come Egli veramente è. Lì nella beatitudine del Paradiso riportati al Padre per mezzo della carne sofferente e gloriosa di Cristo nell’amore dello Spirito capire qualcosa molto di più.

L’uomo è un “viator apud Deum Patrem” fin dall’inizio della dinamica di quel tanto lontano e tanto vicino “fiat”, quando nella Genesi leggiamo che Dio passeggiava con l’uomo nelle serate fresche del Paradiso e lì sicuramente l’anima creata vicino al Sole vigoroso che dà la vita, che è il Padre, si sentiva davvero felice e gioiosa. Man mano che la storia va avanti vediamo che Dio non abbandona mai il cuore dell’uomo che, una volta caduto, si è allontanato da quel vigore solare di Dio, giacché con la sua caduta ha conosciuto la propria morte. E Dio va incontro all’uomo nella strada buia, senza fede e a volte con i sentimenti sconfitti come quelli di Emmaus. Adesso l’uomo è anche “viator apud Deum Filium”. E lì in quella strada accanto ai due discepoli tristi, confusi, scuri in volto, lo stesso Sole splende adesso nel volto storico, vivo e glorioso di Gesù Cristo che cammina al loro fianco, aprendo i loro occhi per comprendere le Scritture tutte compiute in Lui ed è qui che si capisce che il Figlio è splendore vigoroso e ardente, in se, nel Padre e nello Spirito. E tanto è così che nello spezzare il pane poi i discepoli dicono: “non ardeva il nostro cuore mentre ci parlava sulla strada?” (cfr. Lc 24,32). Dentro questa ragione di “circum-incessione” è possibile percepire che nella Chiesa, dopo la venuta dello Spirito Paracleto in Pentecoste ci porta il suo calore vigoroso, splendente in se, nel Padre e nel Figlio.

Tuttavia, lo Spirito nella bellezza e nella potenza trinitaria è calore che rischiara e che riscalda gli apostoli e pure noi che nella Chiesa siamo ancora lontani dal Sole perché, infatti, nella gerarchia bisogna che ci siano appunto dei gradi di lontananza e vicinanza, per cui essendo ancora “viatores apud Spiritum Sanctum” speriamo di arrivarci a vedere il Sole Eterno non tramite uno specchio ma come Egli è. Come Mosè, ci domandiamo come mai può un uomo vedere Dio e rimanere in vita? Orbene, in questo si capisce il cuore di santa Teresa di Gesù quando prega: “vedano Te i miei occhi e così muoia subito”.

Detto ciò, siamo arrivati al punto di dire che il pensiero bonaventuriano viene colto anche nella sua considerazione assai importante che è quella di Cristo come centro della storia. Sole Divino ed Eterno intorno al quale e dentro il quale tutti i tempi della storia sono cristiani, sono vigorosi nel Padre che è vigore nel Figlio e nello Spirito Santo; sono tempi che splendono nel Figlio fattosi uomo nel tempo e nello spazio, per cui risplende in se, nel Padre e nello Spirito Santo, e sono tempi riscaldati dal soffio dello Spirito in se, nel Figlio e nel Padre. Così spiega che non ci sono tre età storiche, una prima di Cristo, una durante Cristo e poi una dopo Cristo, ma piuttosto una sola storia abbracciata dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito e con un riferimento essenziale “sine qua non” al Sole Eterno, Dio, per cui tutte le cose son fatte e senza di lui non si è fatto niente di ciò che è stato fatto (cfr. Jn 1,3). Una volta fu detto che il sole non girava più intorno alla terra, cioè, che l’uomo non era più il centro del universo. Con San Bonaventura capiamo che non siamo il centro della storia e del cosmo, ma Cristo, Figlio del Padre nello Spirito è l’unico centro in cui si concentra ed emerge tutta la sinfonia creata e redenta dalla sua mente di Padre e dal suo cuore di Eterno Poeta.

Questa Collatio XX delle Collationes in Hexaemeron, quindi, vede la Trinità come il Sole che dà l’origine a tutto, che tutto governa e tutto porta a beato compimento. Per quanto riguarda alla ragione di esemplarità per le illuminazioni divine troviamo in evidenza il ruolo del numero nove che ci parla di Dio come esemplare di tutto il creato nel cielo e nella terra. Il Padre è in se stesso, è nel Figlio ed è nello Spirito Santo per cui sei volte nella Genesi Dio disse: “fiat et factum est!”. In questo caso, il numero sei viene compreso da Bonaventura nel considerare le Persone Divine in se stesse come relazione vicendevole. Sei volte Dio, tre Persone Divine, scambia tra di loro il desiderio di creare e di portare avanti il capolavoro della creazione. Questo numero novenario, difatti, che incomincia nel Padre che è in se stesso, nel Figlio e nello Spirito, dal fatto che siano tre che, al contempo essendo Uno, esclamano nell’origine della creazione per sei volte: “fiat” e ci fa allora capire il senso novenario. Se guardiamo bene è proprio nel sesto giorno, dopo sei volte, che il Padre in se stesso, nel Figlio e nello Spirito dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza” (cfr. Gn 1,26). Riguardo quest’aspetto della Genesi che nasconde tali cose meravigliose all’intelletto umano san Bonaventura parla della appropriazione riguardo alla Trinità come principio originante, principio governante e compimento finale.

La Trinità come principio originante è potenza, sapienza e volontà in modo reciproco fra le Persone Divine. Il principio, pertanto, dev’essere potente, se no non può far niente. Se è potente ma gli manca sapienza, allora può sbagliare e sappiamo che Dio non può sbagliare. Se può e tutto lo sa, ma invece non lo vuole; allora non produrrebbe nulla o lo farebbe contro volontà. Questo principiare eterno appropriate in Dio non fa riferimento alle cose fatte da Lui, ma piuttosto tra le Persone Divine.

La Trinità come principio che tutto governa dice che questo Sole è appunto come dice san Paolo: “la legge santa, il precetto santo, pio e giusto” (cfr. Rm 7,12). Allo stesso modo Gesù dice: “non sono venuto per abolire la legge, ma per portala a compimento” (cfr. Mt 5,17). Il Padre che crea e dà la vita è qua la legge di natura; Gesù, Verbo del Padre, talmente veritiero che regge il mondo in se stesso, cioè, nella verità, è la legge scritta e lo Spirito che ci viene incontro dal Padre per mezzo del Verbo è Santo nella legge di grazia. Gesù viene per dare compimento alla legge, però, chi è la legge fino in fondo? È Lui nello Spirito perché è lo Spirito che compie perfettamente tutto in Lui ascoltando nell’obbedienza il Padre. Paolo, infatti, scrive: “lo Spirito che dà la vita in Cristo Gesù, mi ha liberato dalla legge del peccato e dalla morte” (cfr. Rm 8.2).

La Trinità essendo così armonica in se stessa appunto per governare tutto ciò che esiste nel cosmo creato sotto la Legge Suprema del Cosmo che è Dio Pio, Veritiero e Santo, imprime nell’uomo, nel suo cuore le leggi; imprime nella nostra mente razionale, Lui, il Sole Eterno, che tutto regge, un triplice raggio sceso dal cielo, sceso da se stesso, posto nella parte suprema dell’anima umana. Essendo Dio Pio Cultore di se stesso ora dice all’uomo creato: “non avrai altri dei, fuori di me” (cfr. Es 20,3). Dio essendo veritiero manifestatore di se stesso dice anche: “non pronunzierai il mio nome invano” (cfr. Es 20,9). Dio Santo amante di se stesso dice: “ricordate del giorno di sabato, per santificarlo” (cfr. Es 20,9).

Questo triplice raggio viene proprio da questa relazione vicendevole dentro la dinamica Trinitaria delle Persone Divine, e lascia una profonda impronta proprio nelle prime tre leggi della tavola dei comandamenti data alla creatura umana, magari i più supremi nel confronto dell’uomo integro (mente, cuore, vita e azione) con Dio che regge il mondo non da lontano, ma da vicino, proprio nel voler ordinare e governare il destino di ognuno di noi. Tutto ciò è per un unico motivo, come dice la Scrittura, “il nostro Dio è un Dio geloso” (cfr. Es 20,5). Sì, è profondamente geloso nel nostro confronto perché è Padre, Redentore e nostro Santificatore e soltanto sentendo questo nel cuore possiamo trovare il bello di essere dentro la Trinità stessa per partecipazione.

La creatura si conforma a Dio tramite i precetti che seguono nella tavola. È vero pure che ciò che segue fa sì che l’uomo sia giusto, siccome da Dio stesso zampilla il modello perfetto del comportamento morale dell’uomo finché non giunga alla patria celeste. “Onora tuo padre e tua madre”: una legge data a noi nel pio confronto dei nostri genitori e così ci conformiamo a Colui che è Pio in se stesso, nel Figlio e nello Spirito. “Non uccidere”: avere un comportamento veritiero verso i pari. “Non commettere adulterio”: essere santo verso gli inferiori. In seguito, Bonaventura passa ad esplicitare che fin qui per vivere un buon atteggiamento nel confronto degli altri dobbiamo curare molto l’atteggiamento verso noi stessi per quanto riguarda i comandamenti che seguono: “non rubare”; “non desiderare la moglie del tuo prossimo”. San Paolo, scrivendo a Timoteo, afferma che sotto la luce di Dio, l’uomo deve collaborare con la grazia e lottare contro la concupiscenza duplice (della carnalità e della cupidigia) che sono le radici di tutti i mali (1 Tm 6,10).

Non rubare” è la legge che indica la strada giusta per rettificare gli atti sboccati dalla cupidigia. Però c’è qualcosa in più. Si deve non solo cercare di non togliere dal prossimo ciò che gli compete, ma trascendere nell’atto stesso di dare, assumere la carità che perfeziona tutti i precetti da compiere sotto lo sguardo luminoso di Dio, che è l’Esemplarità Suprema di essa. La carità unisce con la grazia di Dio e l’impegno della creatura tutte le leggi, portandole al compimento pieno nello Spirito. I santi hanno capito bene questo. Una volta, per esempio, Madre Teresa era qui a Roma di passaggio e curiosamente un fotografo gli chiese di scattarle una foto. La Madre disse di sì. Dopo, il fotografo domandò: “Madre, perché i tuoi occhi sono tanto belli?”. Ed ella rispose: “Non lo so. Forse perché queste mani (immaginate quelle mani stanche, piene di rughe) hanno asciugato tante lacrime!”(7). Questa è la carità che dà di cuore e che santifica l’uomo! Carità che non solo evita il male, ma compie del bene, semina sollievo e sa di essere nella terra un raggio d’amore che riflette l’amore Eterno e Esemplare Trinitario. Perciò, ebbe ragione Jacques Maritain dopo la sua conversione, nel sostenere che, se non bastassero le cinque prove della esistenza di Dio, avrebbe bisogno di scoprire una sesta. Ed ecco che questa sesta prova è proprio la vita dei santi.

Non desiderare la moglie del prossimo”. A sua volta ci fa rettificare gli affetti carnali. È sempre sotto e dentro il modello trinitario amorevole che possiamo trovare le forze di vivere quest’amore, anche quelli più umani, addirittura più imperfetti a volte, ma che alla fin fine sono divine, non in se stessi, ma riguardo a Dio. Pensate un attimo nell’amore tra marito e moglie. Magari avete già sentito questa bella storia. Un pianista parigino va all’estero per motivi di lavoro. Pochi mesi dopo arrivano le lettere che dicono alla moglie: “amor mio, penso di tornare a casa. Sono profondamente malato”. Il pianista torna a Parigi e la moglie preoccupata lo riceve nella stazione. E in seguito gli domanda: “ti sei ammalato! Cos’è successo?” E lui risponde: “niente. Ho fatto bene nel tornare da te. Perché mi ero quasi innamorato di un’altra”. Questo è davvero amore sul serio! Ma non da sé, per sé, in sé, se non come riflesso dell’ “amore fedele che esiste nel seno della stessa Trinità”. L’impegno di Dio di amare fino in fondo. Così ogni bellezza e amore qui sulla terra è il riflesso analogo, imperfetto in sé, di Dio Uno e Trino.

Conclusione:

Risulta sempre più confortante essere guidati da coloro che, avendoci preceduto, hanno saputo con saggezza e sotto la grazia farci conoscere di più il Dio Uno e Trino che ci ama fino in fondo. Concludo con questo bellissimo brano di Benedetto XVI che ci offre un po’ di luce su ciò che abbiamo appena parlato:

Da un lato quest’uomo (Gesù) chiama Dio suo Padre, parlandogli come rivolgendosi ad un “tu” che gli sta di fronte; ora, se ciò non può certo essere una mera finzione scenica, ma deve invece costituire una verità, che è la sola degna di Dio, egli deve essere diverso dal Padre, al quale egli si rivolge come noi pure ci rivolgiamo. Dall’altro però, egli stesso impersona la reale vicinanza di Dio in atto d’accostarsi a noi; egli incarna la mediazione di Dio nei nostri confronti, proprio in quanto è egli stesso Dio-Uomo, Dio in veste  e in natura umana; il Dio-con noi (Emmanuel). La sua mediazione finirebbe in fondo per distruggersi da sé, trasformandosi in una azione dissociatrice invece che mediatrice, qualora egli fosse  un essere diverso da Dio, qualora fosse solo un’entità intermedia. In tal caso infatti egli non ci agevolerebbe l’accostamento a lui, ma ci allontanerebbe da lui. Ne viene che egli in quanto mediatore è Dio stesso e “uomo egli stesso”, ambedue in maniera ugualmente reale e totale. Ora, ciò comporta che qui Dio ci si presenta non come Padre, bensì come Figlio e nostro fratello; col risultato che-con un procedimento inconcepibile e insieme altamente concepibile- viene a manifestarsi una dualità sussistente in Dio, ossia l’esistenza d’un “io” e d’un “tu” nella sua unica essenza. A questa nuova esperienza di Dio, fa seguito infine come terzo elemento la constatazione dello Spirito, della presenza di Dio in noi, nel nostro intimo. Ne viene ancora una volta che questo “Spirito” non s’identifica né col Padre, né col Figlio, e neppure istituisce un terzo elemento fra Dio e noi; è invece la modalità in cui Dio stesso si concede a noi, in cui s’inserisce in noi così da essere nell’uomo, pur restando sempre, anche in questa “inabitazione”, infinitamente al di sopra di lui (8)”.

 

 Bibliografia:

1)SAN AGUSTIN, Enarrationes, Sal 120,12.

2)PAPA FRANCESCO, Enciclica Lumen fidei, Dialogo tra fede e ragione, n.33.

3)SAN AMBROGIO, De Virginitate, 18,118: PL 16,297B.

4) BENEDETTO XVI, Udienza generale 10 marzo 2010.

5)CARLO MARIA MARTINI, Incontro al Signore Risorto, 20. La rivelazione della belleza che salva, Edizioni San Paolo 2012; pag. 218.

6)SAN GIOVANNI PAOLO II, Enciclica Dominum et Vivificantem, n.23; pubblicata nel 1996.

7)ANGELO COMASTRI, I santi del nostri giorni, Edizione Messaggero Padova, pag.152.

8)JOSEPH RATZINGER, Introduzione al cristianesimo, Prima Parte: Dio-cap. V: La fede nel Dio Uno e Trino; Gli Spunti che possono agevolarne la comprensione; pag:122; Edizione Queriniana-decima edizione.

Credito fotografico: Phil Roussin

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