Il dramma dell’epicureismo contemporaneo

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Gregory Zanatta

Se Lucrezio vivesse oggi, non ho dubbi che lo si vedrebbe andare in giro con un sorriso visibilmente compiaciuto. Se gli chiedessimo perché, ci risponderebbe che evidentemente la maggior parte della gente ha una copia del suo De Rerum Natura sul comodino, e ne legge almeno un paio di pagine ogni sera prima di andare a dormire. Probabilmente i giovani hanno circoli di lettura dei capitoli più belli. Forse le mamme raccontano ai bambini la storia di Ifigenia prima di metterli a letto, per spaventarli e farli stare buoni, “che se no vengono gli dei cattivi e ti portano via”. A scuola si deve insegnare l’atomismo come un dato di fatto, il materialismo come un’evidenza della ragione. Epicuro sarà considerato una specie di pater humanitatis.

Se volessimo essere onesti, dovremmo a questo punto dare una piccola delusione al nostro poeta. Potremmo introdurlo in cento stanze, accompagnarlo a mille circoli di studenti, lasciarlo ascoltare le fiabe di diecimila mamme (va bene, qui bisogna concedere che forse non ci sono più tante mamme che raccontano fiabe ai loro figli, ma passatemi l’immagine un po’ nostalgica), e a stento troveremmo qualcuno che ha anche solo sentito parlare di lui. Il suo libro non è esattamente il best seller del mese, Ifigenia tuttalpiù un nome esotico che qualcuno ha dato a sua figlia. Al meglio i liceali si ricorderanno di aver ascoltato di un tale Epicuro durante il loro primo anno di filosofia.

Non ci sorprenda a questo punto la reazione del poeta. Lungi dall’essere deluso come ci saremmo aspettati, lo vediamo sorridere di nuovo, e risponderci parafrasando una vecchia metafora tratta dal suo stesso poema: “Se la medicina è andata giù, non c’è più bisogno del miele per nasconderla…”. Come dici, Lucrezio? Stai forse insinuando che viviamo in una società epicurea? Noi, l’Europa cristiana da duemila anni, saremmo forse inzuppati di una filosofia che non attecchì nemmeno nella Roma pagana? Vediamo forse la nostra gente correre affannosamente dietro il piacere? Fuggire il dolore, la malattia, la morte, come i mali peggiori? Evitare persino di parlarne, sentirci scomodi quando qualcuno li menziona? Saremmo forse noi un popolo che non confida più nella politica e neanche ci si mette più, e cerca solo la propria piccola felicità personale? Forse…?

Le domande che avevamo cominciato con un tono quasi sdegnato ci si spegnerebbero un po’ vergognosamente sulle labbra. In effetti, il nostro poeta ha ben ragione. Sembra che, zitto zitto quatto quatto, l’epicureismo si sia fatto strada nei secoli, e l’abbia spuntata. Sembra che il suo messaggio sia stato ben accolto. Sembra che abbia convinto molta della nostra gente. E, a ben guardare, bisogna anche riconoscere che non è stato un colpo di fortuna.

Il merito dell’epicureismo è quello di aver centrato ed espresso in maniera chiara e semplice un dramma umano che potremmo chiamare esistenziale: il problema appunto del dolore e della morte, del desiderio umano di scamparvi, della paura che ne abbiamo e del loro senso.

Nella sua Introduzione al Cristianesimo, Joseph Ratzinger affronta direttamente questo tema nell’articolo del Credo “Discese agli inferi”. L’analisi del teologo bavarese sembra confermarci in pieno che l’uomo vive costantemente oppresso dall’angoscia di fronte all’esistenza di queste realtà misteriose, e che la paura che ne abbiamo è fondamentalmente irrazionale. Fin qui sembra che ci sia accordo con la posizione di Lucrezio. Dobbiamo però precisare cosa intendano i due per irrazionale. In Lucrezio, infatti, questo significa che, siccome non sappiamo di fatto cosa ci sia dopo la morte – perché nessuno ne può avere esperienza – non ha senso esserne spaventati. Irrazionale starebbe dunque per qualcosa di istintivo che può essere superato dalla ragione. In Ratzinger invece, l’irrazionalità sta nel fatto che la paura, pur essendo reale e vera, e non un puro fantasma, attanaglia una parte dell’uomo – una sua profonda intimità – alla quale non bastano le risposte razionali, ma che richiede invece una soddisfazione di tipo diverso, più totale, globale, personale. Ratzinger mette qui un esempio preclaro: un bambino lasciato solo nel buio sarà terrorizzato anche se sa che non c’è niente che può fargli del male. Ma appena sente la mano e la voce di sua madre accanto a lui, la paura lo lascia. Il timore dunque non è tanto per il dolore, quanto piuttosto per la solitudine e l’abbandono. E può essere superato solo con un incontro. Soltanto la vicinanza di una persona può liberarci dalla paura.

Se a questo punto, dopo aver letto un po’ di sana teologia, tornassimo dal nostro Lucrezio, forse come prima cosa ci verrebbe da prenderlo a schiaffi. Forse ci conterremmo per amore del dialogo, ma come minimo lo prenderemmo per la collottola e lo costringeremmo a rifare lo stesso giro di prima, a incontrare di nuovo le stesse persone che, stando a lui, erano beati perché avevano assimilato la sua medicina, e a stare un po’ più a lungo accanto a loro. Gli faremmo notare – perché non è uno stupido – quell’amarezza che resta sempre sul fondo del bicchiere del piacere. Quel tipico ritornello: “bello, peccato che sia finito”. Quella fondamentale insoddisfazione che rimane sempre nel cuore dopo un sabato sera di festa.

Gli faremmo ammettere, forse con fatica, forse con molta reticenza, che l’evidenza e l’esperienza ci dicono che la sua ”medicina” non basta. Non convince. Non cura. Non potremo certo negare che molti ne fanno uso – questo no. Non siamo ciechi. Ma non lo siamo su entrambi i fronti. L’uomo cerca un rimedio al dolore. Quando non lo trova, cerca almeno di non sentirlo. L’epicureismo non è che un grande pusher di anestesie. Mi sembra sintomatica da questo punto di vista la recente diffusione dell’eutanasia. Se vivere è un pendolo tra dolore e insensibilità, ha veramente poco senso trascinarla avanti. Ma allora qual è la cura? C’è una medicina vera o no?

Il nostro buon Lucrezio sarebbe decisamente inasprito, in questo momento del nostro dialogo. Senza dubbio stizzito per il fango che abbiamo gettato sulla sua dottrina. Forse per questo la sua domanda, che di per sé è perfettamente legittima e più che pertinente, ci suona un po’ aggressiva e arrogante. Non possiamo fare a meno di rispondere, con un impeto di spirito paolino, “la croce di Cristo!”. Abbiamo ragione? Sì. Lì dove l’uomo viveva il suo orrore più profondo per la solitudine, lì si è avventurato Cristo. Lì dov’era il buio, ora c’è una voce e una mano che ci aspetta, una persona che ci incontra, e ci invita ad attraversare con Lui. Questa è la medicina, questa è la cura. Ma anche oggi, come forse altre volte, ci siamo lasciati trascinare un po’ dalla passione e siamo stati un po’ bruschi. Forse possiamo imparare qualcosa dal nostro buon Lucrezio – a cercare con pazienza e dedizione di presentare il nostro messaggio con arte ed eleganza perché arrivi più dolcemente alle orecchie di chi ascolta e possa essere accolto con cuore più aperto.

 

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